Noi siamo così pieni di futuro, perché rifarci al passato?

Voglio il tuo amoreBesana, 21 maggio 1950

Cara Vanda,
sono rientrato a Besana e ti scrivo quietamente, come se ti parlassi mentre camminiamo per le vie di Terni, l’uno vicino all’altro. La cittadina di Terni rimarrà nei nostri ricordi, non è vero? I discorsi che ti facevo la prima sera per farmi conoscere sempre più da te: parole con cui per te spogliavo il mio spirito; e più tardi tutto quello che veniva dai tuoi occhi e quella gran difficoltà in noi di stare separati l’uno dall’altro, di non diventare una cosa sola. E…
Noi siamo così pieni di futuro, tutto futuro siamo, perché rifarci al passato? Certo anche quel passato è buono, è noi stessi: bisogna ricordarselo, tenerlo da conto. Dunque è sera: verso le montagne, sopra le terre di Como e di Lecco ci sono infiniti fulmini dentro a una grossa coltre di nubi. Ma sopra Besana c’è il cielo sereno, con un po’ di stelle, e a noi i tuoni arrivano udibili a fatica. Davanti a questo grandioso spettacolo della natura ripenso agli antichissimi uomini che abitavano questa terra, dentro a capanne: al loro terrore all’avvicinarsi dell’uragano. Anche l’usignolo stasera non canta, esso è rimasto come a quei tempi.

Qualunque cosa non ordinaria io pensi, tu sei con me, al mio fianco. Se fossimo vissuti allora, per meritarti, così bella e regale come sei, con le tue trecce accanto alla pelle bianca, avrei dovuto essere un ben valido guerriero; difenderti con le armi da quelli che volevano rapirti da me. Sorridi? Forse io stesso t’avrei rapita dalla tua capanna. E tu avresti recalcitrato gridando, mentre stringendoti ti portavo via: ma forse non saresti stata del tutto malcontenta che proprio io ti facessi mia compagna.

Anche ai nostri tempi hai recalcitrato: quel tuo lasciarmi una volta, il tuo non scrivermi, il tuo chiuso dolore, le tue bizzarrie. Ma io non ho allentato la stretta. Ora non recalcitri più: non ti spiaceva che io ti circondassi, dunque.

Sì lo so che non ti spiaceva, Vanda mia (a cosa non fa mai pensare un temporale!): ecco, io ti dico quello che mi viene in mente, perciò ti parlo così: il temporale mi ha portato fantasie e io ti sottopongo quelle fantasie: tutto ciò che è mio è anche tuo, anche le fantasie devono esserlo.
Dunque per meritarti ora non è più necessario io sia un guerriero (anche questo però sono stato), ma devo pur sempre grandemente operare, per meritarti. Non ho mai sentito uno stimolo così forte, come da quando sono tornato da Terni, per il mio lavoro.
Ho trovato a Besana la tua lettera rispeditami da Caprona: in questo momento non la rileggo perché il bisogno d’averti vicina mi darebbe alla testa: ma se sapessi quanto te ne ringrazio!

Smetto qui. Chissà se in questo momento tu mi pensi!

Eugenio

P.S.: Quando ti ho lasciata, eri un po’ pallida: devi ascoltare la zia, mangiare e stare in pace. Devi conservarti per
me, mio bel Medio Evo.