Eugenio Corti e l’amore per Vanda: le lettere

“Voglio il tuo amore. Lettere a Vanda” (Ares, pagine 272, euro 16,00) è il nuovo libro di Eugenio Corti (1921-2014), da oggi nelle librerie, che raccoglie il carteggio inedito con Vanda, inseparabile compagna di una vita, conosciuta presso l’Università Cattolica di Milano nel luglio del 1947. Anticipiamo in queste colonne l’ultima lettera della loro lunga intensa corrispondenza, con la riflessione introduttiva e il commento finale della stessa moglie Vanda.

La mia vita con Eugenio fu come la descrivono le lettere dei quattro anni prima del matrimonio. Periodi di intesa profonda, esaltante, di completa comprensione e dedizione reciproca alternati a scontri e assenze da parte sua, pur essendo sempre costante la sua presenza in casa, e di irritazione e solitudine per me, difficile da sopportare. Fu in uno di questi momenti, forse il più penoso, che desiderai lasciarlo e scomparire dalla sua vita. Fu dopo l’uscita de Il cavallo rosso. Avevamo superato insieme anni di duro lavoro, di sacrifici e anche di ristrettezze economiche. Eugenio avrebbe voluto offrirmi su un piatto d’oro il suo successo, ma il successo clamoroso non ci fu. Il libro percorreva la sua strada nel silenzio, i lettori erano sì molti, ma nella completa indifferenza della stampa ufficiale e della critica. Questo lo addolorava, non nei confronti di altri ma di fronte a me. Divenne suscettibile e scontroso s’irritava facilmente, cercava di evitarmi. Mi sentivo inutile. Scrissi una breve poesia che lasciai sul suo tavolo perché la leggesse: “Voglio tornare alla mia terra” dicevo. Era il 1993. Questa fu la sua risposta. (Vanda Corti)

Eugenio Corti, 9 dicembre 1993
Vanda mia, consentimi di scriverti anzitutto in merito alla tua poesia Andando, che mi ha molto rattristato. Per due volte parli di te stessa come di una «che non ha dato frutti»: ma non è vero, la realtà non è questa. L’allusione alla mancanza di figli della carne è evidente; anch’io un tempo li desideravo, ma noi due non eravamo chiamati a questo: la nostra unione, nei disegni di Dio, non aveva questo fine; anzi se avessimo avuto dei figli, il disegno che Dio aveva su di noi, non si sarebbe potuto realizzare.

I nostri veri figli sono i nostri libri che non vengono solo da me, ma anche da te. Essi si reggono interamente – come sai – su due colonne: la verità e la bellezza, e senza di te al mio fianco e sotto i miei occhi tutti i giorni, la loro bellezza non ci sarebbe stata, o sarebbe stata enormemente monca, cioè appunto, in conclusione non ci sarebbe stata. Ecco perché Dio ha voluto che noi due, così lontani, ci incontrassimo là sulla scaletta di San Francesco e ci sposassimo. Questo io te l’ho già suggerito più di una volta, ma ho l’impressione che tu non abbia mai dato alle mie parole il peso che meritano.

Eppure questo fatto è indispensabile per comprendere la nostra vita. Te lo ripeto: senza di te al mio fianco la bellezza che c’è nei miei – nei nostri – libri, non ci sarebbe stata; solo io sono in grado di dire questo, e te lo dico e giuro davanti a Dio.

Perciò la tua vita non è stata qualcosa di spento, ma al contrario, di luminoso: è stata una straordinaria avventura di donna, come a nessuna delle tue ave, che si sono succedute in un millennio, è toccata in sorte. Perché quei libri – anche questo tu lo sai – sono riusciti in pieno, e hanno un valore straordinario. Non tutti sono in grado di capirlo oggi, dato che hanno contro la cultura [= la falsa cultura] dominante. Ma neppure di questo dobbiamo dispiacerci: anzi io prego sempre Dio che – mentre sono in vita – non mi conceda la soddisfazione del grande successo, perché a tale riguardo sono debole, e cederei con facilità alle tentazioni dell’orgoglio. [Così – vedi nel Cavallo a pag. 146 – sono grato al Signore che con la crisi della ditta paterna, mi abbia sottratto al pericolo di farmi un costume della ricchezza.]

Se noi continueremo a cercare il Regno di Dio, tutto ciò che ci occorre, ci sarà dato con sufficiente abbondanza, come è accaduto finora. Forse non è facile per una donna condividere una tale impostazione di vita: ma io ho sempre pensato che tu non sei una donna comune, bensì nobile, e di antica nobiltà, in tutti i sensi. Ti prego di volerti rendere conto punto per punto di queste cose. Se no – come la tua poesia dà l’amara impressione – diventi simile all’uccellino cieco del Pascoli: «e cerchi il sole – e ne son pieni i cieli – e cerchi un chicco – e pieno è l’alberello». Mentre stendevo queste righe, avevo a tratti la sensazione di scrivere il mio testamento spirituale. Con immenso amore.
Tuo Eugenio

Vanda Corti, il bilancio
Sapeva sempre trovare le parole giuste per aiutarmi a capire, come quando, nelle mie incertezze di fede, gli avevo chiesto: «Ma dov’è Dio?». «Cercalo nella tua vita» mi aveva risposto con sicurezza. Quelle parole sono ancora oggi determinanti per me.

Le nostre giornate tornarono serene. Eugenio si impegnò molto per fa conoscere il suo libro. Partecipò a molti incontri, anche in località lontane. Lo accompagnava in macchina Angelino, ex autista della Ditta, che non volle mai essere ricompensato perché, diceva, voleva anche lui combattere la “buona battaglia”. Il Cavallo rosso continuava ad essere pubblicato e venduto, ogni anno una edizione. A metà degli anni Novanta Eugenio fu invitato a parlare al Meeting di Rimini. L’incontro avvenne di pomeriggio, in un ampio spazio all’aperto della vecchia fiera, quel giorno gremito di giovani. Fu un grande ed emozionante successo. Da allora lettere, lettori giovani e meno giovani in visita divennero sempre più numerosi; tutti esprimevano entusiasmo e gratitudine.

Eugenio divenne per loro “il Maestro” che aveva dato la possibilità di conoscere una realtà fino ad allora sconosciuta e una nuova consapevolezza di vita. I giovani che frequentavano la nostra casa venivano in gruppo, si sedevano a cerchio attorno a lui, lo interrogavano e lo ascoltavano. Qualche volta ci offrivano i loro canti, canzoni di alpini cantate in coro. Eugenio li ascoltava commosso, forse gli ricordavano i suoi soldati. Con l’edizione francese cominciarono i nostri viaggi in Francia, due volte l’anno fino al 2007 quando, per motivi di salute, non fu più possibile andare. Erano giornate senza respiro, appena il tempo di mangiare un panino, con lunghe file di lettori di ogni età e ceto sociale, in attesa di avvicinarsi per conoscere l’autore e avere il libro firmato.
Fu anche il tempo di numerosi riconoscimenti ufficiali e di celebrazioni pubbliche in occasione dei suoi compleanni importanti.

Pubblicò il suo ultimo libro, Il medioevo e altri racconti, nel 2008 poi continuò ogni mattina a sedersi al suo tavolo di lavoro per dedicarsi alla corrispondenza; più spesso, con la matita in mano, rileggeva i suoi libri. Un giorno lo vidi che scriveva qualcosa su una pagina del Cavallo rosso. «Ma cosa correggi ancora? – dissi – non sai che è questo è un libro perfetto?».

«Tu ci scherzi – rispose – ma questo è veramente un libro perfetto». Trascorrevamo le nostre giornate sereni, consapevoli di aver adempiuto con fedeltà il compito che Dio ci aveva affidato. Eravamo contenti: era stata la nostra una vita con tanti impegni, una vita piena di affetti, amici, esperienze, con il fervore della giovinezza che la guerra ci aveva sottratto e che, insieme, avevamo ritrovato.

(02/07/19, Avvenire)

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