A-Dio maestro Eugenio

Eugenio CortiSabato 8 febbraio (2014, NdR) ho partecipato ai funerali di Eugenio Corti, lo scrittore brianzolo morto quattro giorni prima. Di lui su questo numero del Timone traccia un bel ritratto l’amico fraterno Mario Palmaro (per il quale chiedo a tutti preghiere: come è ormai risaputo, la sua salute è gravemente minata e dobbiamo chiedere a Dio il dono di un miracolo per la sua guarigione).

Di Eugenio Corti ho solo ottimi ricordi. Fu tra i primi nostri collaboratori, tra i primi a credere alla bontà del progetto di creare una rivista di apologetica. Non tutti sanno che mi diede il suo incoraggiamento e offrì la sua disponibilità a scrivere facendo un certo “atto di fede”. Sì, fidandosi, perché quando gli presentai l’idea del Timone mi ascoltò con attenzione e poi, a fronte del mio entusiasmo forse eccessivamente manifestato (ricordiamo che avevo in mano semplicemente una “idea” e niente di concreto), cominciò a domandare lumi: mi chiese chi fosse l’editore e gli dissi che non c’era, ci saremmo auto-editati; mi domandò a chi avessi dato l’incarico di distribuire la rivista e gli risposi che non avevo pensato a questo “dettaglio”; volle sapere se c’era qualche sponsor che avrebbe finanziato l’intera operazione e gli dissi che non ne avevo; mi domandò, preoccupato, se speravo di ottenere qualche introito attraverso la vendita di spazi pubblicitari e gli dissi che preferivo non dipendere dalla pubblicità.

Dinanzi a tali insulse risposte, mi guardava stupito e sconsolato per cotanta dabbenaggine: “Barra – mi disse – lei non ha alcuna possibilità di riuscire nell’impresa, se lo lasci dire da chi conosce il mondo dell’editoria da cinquant’anni”.

Ma lo stupore vero fu il mio, quando aggiunse: “Conti però su di me, le darò una mano, scriverò volentieri sul Timone e lei non dovrà darmi alcun compenso”. Così è stato.

Ci rivedemmo qualche tempo dopo, in un teatro di un luogo che non ricordo, dove lo stavamo premiando per la sua opera: “Barra, Barra – mi disse con umile franchezza, appoggiando sulla fronte il palmo della mano – sa che m’ero sbagliato? Vedo che il Timone, contrariamente alle mie previsioni, sta avendo gran successo di pubblico. Complimenti per quel che sta facendo e ringraziamo il buon Dio, perché tutto è merito suo”. Corti era così: tutto il bene, per lui, era merito di Dio.

Eugenio Corti è stato un maestro. Che detiene un piccolo, curioso “record”, che mi piace ora condividere con i lettori del Timone. Ho l’abitudine tutte le sere di prendere in mano un libro e leggerne qualche pagina al caldo delle coperte. Talvolta dopo qualche minuto, altre dopo una mezz’oretta, mi vien sonno, recito l’ultima Ave Maria della giornata, spengo e m’addormento.

Con Il Cavallo Rosso, il suo immortale capolavoro, non è stato così: m’è capitato diverse volte di arrivare alle cinque del mattino e obbligarmi a spegnere la luce per riposare almeno un paio d’ore. Specialmente quelle pagine che raccontano la tragica ritirata di Russia mi catturavano al punto tale da non sentire affatto il bisogno di dormire. Non m’era mai successo.

Ora Eugenio Corti collabora con il Timone da un luogo diverso. Lo speriamo già membro di quella Chiesa trionfante che loda Dio guardandoLo “faccia a faccia”. E se eventualmente avesse bisogno – il nostro Eugenio – di un aiuto per purificarci di qualche residuo, sappia che io, e tutti noi del Timone, glielo assicuriamo con la preghiera.

Lui mi ha aiutato all’inizio “fidandosi”. Ricambio con altrettanta benevolenza. Dandogli appuntamento per il prossimo scambio di idee in Paradiso.

(Gianpaolo Barra, marzo 2013, Il Timone)

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